In Italia, nella notte del cinque gennaio, molte case aspettano una vecchia speciale. Si chiama la Befana. Non è cattiva. È un po’ polverosa, ha uno scialle e una scopa. Sulla scopa vola da un tetto all’altro.
La Befana prepara due sacchi. In un sacco ci sono dolci: carbone dolce, caramelle, mandarini. Nell’altro c’è un po’ di carbone vero, scuro e leggero, per chi ha fatto i capricci. Lei non è severa senza motivo. Guarda le calze vicino al camino e decide con calma.
In una casa di un paese del Nord, due bambini dormono. Anna è attenta a scuola e aiuta in cucina. Luca a volte litiga e non riordina i giocattoli. La mamma appende due calze rosse vicino alla finestra. —Dormite —dice—. Se arriva la Befana, non dovete vederla.
A mezzanotte la scopa scende piano sul tetto. La Befana entra dal camino freddo. La casa odora di panettone avanzato. Lei cammina leggera. Guarda la calza di Anna e sorride. Mette mandarini, un fiocco di zucchero e una letterina. Poi guarda la calza di Luca. Mette anche per lui qualche dolce… e un pezzetto di carbone, piccolo, quasi un gioco. —Così ricordi di riordinare —mormora.
La Befana beve un sorso di latte lasciato sul tavolo. Lascia una scia di fuliggine sul tovagliolo. Poi risale e vola verso un’altra casa, e un’altra ancora. Sopra i tetti d’Italia la notte è chiara. Le stelle sembrano briciole di zucchero.
Al mattino Anna corre per prima. —La calza è pesante!
Luca arriva dopo. Trova dolci… e il carbone. Fa una faccia strana, poi ride. —Va bene. Oggi riordino.
I genitori preparano la colazione. Fuori qualcuno grida “Buona Befana!” per la strada. I bambini confrontano i regali con i cugini. Nessuno ha visto la vecchia sulla scopa, ma tutti parlano di lei come di una nonna del cielo.
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Nel pomeriggio la neve leggera copre i tetti. Anna mette un mandarino in tasca. Luca sistema i giocattoli in una scatola. Sulla finestra resta un filo di fuliggine, piccolo come una firma. E da qualche parte, lontano, la Befana riposa con la scopa accanto, pronta per l’anno prossimo, quando di nuovo le calze aspetteranno al buio delle case italiane.
Il sole scende piano. Per la strada si sentono passi, una porta, un cane. Nessuno corre. Il paese ha il suo ritmo normale.
Passano alcuni minuti in silenzio. Poi una voce lontana chiama un nome. Un carro passa sulle pietre. C’è odore di pane e di terra bagnata.
—Tutto bene? —chiede una vicina dalla finestra. —Sì —rispondono di sotto—. Solo una giornata lunga.
Dentro casa, la luce della lampada è piccola e gialla. C’è una sedia, un tavolo, una brocca d’acqua. Qualcuno versa un bicchiere. Qualcuno si siede. Qualcuno guarda la porta un secondo, come se aspettasse ancora una visita.
Fuori il cielo diventa scuro. Spuntano le prime stelle. Il vento muove un ramo. Un gatto attraversa il cortile senza fretta. Anche la notte non ha fretta.
Prima di dormire, ripetono a bassa voce quello che è successo: la strada, la paura, la risata, il ritorno. Non serve un discorso. Basta essere a casa, con il tavolo in ordine e la finestra chiusa. Domani il paese si sveglia di nuovo, e la storia resta nella memoria come un racconto vicino al fuoco.
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