In un paese della Sicilia vive un ragazzo strano e buffo. Si chiama Giufà. Non è cattivo. Solo… capisce le parole in modo troppo semplice. La madre lo manda spesso a fare commissioni, e ogni volta succede qualcosa.
Una mattina la madre deve uscire. —Giufà, resto fuori un po’. Tu resta a casa. Guarda la porta. Non far entrare nessuno. Capito? —Capito, mamma. Guardo la porta.
La madre se ne va. Giufà si siede davanti alla porta di legno. Guardare la porta è noioso. La porta non parla. La porta non ride. Dopo un’ora Giufà ha un’idea. —Mamma ha detto: guarda la porta. Non ha detto dove.
Stacca la porta dai cardini con fatica. È pesante. La carica sulle spalle e esce in paese. —Così guardo la porta… e vado anche al mercato!
Per la strada la gente lo guarda. —Giufà, perché porti la porta? —La guardo —risponde orgoglioso.
Al mercato mette la porta appoggiata a un muro e compra pane e olive. Un amico arriva. —Giufà, vieni a vedere i pupi! —Porto la porta con me —dice lui—. Devo guardarla.
Cammina tra le bancarelle con la porta sulle spalle. Bussa accidentalmente a un banco di frutta. Cadono due arance. Giufà scusa, paga, e continua. Quando torna a casa, trova la madre davanti al buco del muro. —Giufà! Dov’è la porta? —Eccola! L’ho guardata tutto il tempo. Nessuno è entrato in casa… perché la porta era con me.
La madre si mette le mani nei capelli. Poi, come spesso succede con Giufà, finisce per ridere e sospirare insieme. —Dentro, subito. Rimettiamo la porta. E la prossima volta “guarda la porta” significa: resta in casa e tieni la porta chiusa. La porta resta sul muro!
Insieme sistemano i cardini. La casa torna chiusa. Giufà mangia il pane del mercato e racconta il viaggio della porta come un’avventura. I vicini, dalla strada, scuotono la testa sorridendo: “Ancora Giufà…”
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Quella sera, la porta sta al suo posto. Giufà le dà un colpetto amichevole. —Stasera ti guardo da dentro —dice.
Fuori, il paese siciliano fa rumore di piatti e di voci. Dentro, la madre cuce vicino alla lampada. E la porta, finalmente, non fa un passo.
Il sole scende piano. Per la strada si sentono passi, una porta, un cane. Nessuno corre. Il paese ha il suo ritmo normale.
Passano alcuni minuti in silenzio. Poi una voce lontana chiama un nome. Un carro passa sulle pietre. C’è odore di pane e di terra bagnata.
—Tutto bene? —chiede una vicina dalla finestra. —Sì —rispondono di sotto—. Solo una giornata lunga.
Dentro casa, la luce della lampada è piccola e gialla. C’è una sedia, un tavolo, una brocca d’acqua. Qualcuno versa un bicchiere. Qualcuno si siede. Qualcuno guarda la porta un secondo, come se aspettasse ancora una visita.
Fuori il cielo diventa scuro. Spuntano le prime stelle. Il vento muove un ramo. Un gatto attraversa il cortile senza fretta. Anche la notte non ha fretta.
Prima di dormire, ripetono a bassa voce quello che è successo: la strada, la paura, la risata, il ritorno. Non serve un discorso. Basta essere a casa, con il tavolo in ordine e la finestra chiusa. Domani il paese si sveglia di nuovo, e la storia resta nella memoria come un racconto vicino al fuoco.
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