Vicino al mare blu di Sicilia vive un ragazzo che ama l’acqua più della terra. L’ isola è grande e il mare la circonda. L’isola — questa isola — è casa sua. Si chiama Nicola, ma tutti lo chiamano Colapesce, perché nuota come un pesce. —Nicola! Vieni a mangiare! —Un tuffo ancora! —risponde lui dal mare.
Colapesce conosce le grotte, le correnti e i pesci. I pescatori lo rispettano. I bambini lo guardano con meraviglia quando scompare sotto le onde e riappare lontano.
Un giorno arriva un messaggio dal re. Il re ha paura per l’isola: dice che sotto il mare ci sono colonne che reggono la Sicilia, e vuole sapere se sono salde. —Solo Colapesce può scendere così in profondità —dicono i consiglieri.
Colapesce saluta la madre e gli amici. —Torno presto —promette.
Si tuffa. L’acqua diventa scura e fredda. Nuota più giù, più giù. Vede rocce enormi e ombre lunghe. Tocca con la mano una colonna di pietra antica. Poi un’altra. Risale e racconta al re: —Le colonne ci sono. Una è un po’ stanca. L’isola è grande, ma il mare la tiene.
Il re non è contento abbastanza. Vuole un’altra immersione, più profonda. La madre di Colapesce ha paura, ma lui sorride. —Il mare è casa mia.
Si tuffa di nuovo. Resta sotto a lungo. In superficie le onde sono calme. I gabbiani girano. Il re aspetta sulla riva. Gli amici chiamano il suo nome.
Quando Colapesce riappare, ha i capelli pieni di sale e gli occhi stanchi. —Ho visto il fondo —dice piano—. Ho spinto dove serviva. L’isola regge.
Non fa un discorso lungo. Si siede sulla sabbia e guarda l’orizzonte. La madre gli mette un mantello sulle spalle. Il re annuisce, sollevato. I pescatori tornano alle reti.
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Quella sera, al paese, si parla di Colapesce intorno alle tavole. Qualcuno dice che un pezzo del suo cuore resta sempre sotto le onde. Forse è solo una storia. Ma quando il sole scende rosso sul mare di Sicilia, i bambini cercano una testa bagnata tra le onde… e a volte, lontano, qualcuno nuota ancora, quieto e sicuro, come un pesce che conosce ogni strada del blu.
Il sole scende piano. Per la strada si sentono passi, una porta, un cane. Nessuno corre. Il paese ha il suo ritmo normale.
Passano alcuni minuti in silenzio. Poi una voce lontana chiama un nome. Un carro passa sulle pietre. C’è odore di pane e di terra bagnata.
—Tutto bene? —chiede una vicina dalla finestra. —Sì —rispondono di sotto—. Solo una giornata lunga.
Dentro casa, la luce della lampada è piccola e gialla. C’è una sedia, un tavolo, una brocca d’acqua. Qualcuno versa un bicchiere. Qualcuno si siede. Qualcuno guarda la porta un secondo, come se aspettasse ancora una visita.
Fuori il cielo diventa scuro. Spuntano le prime stelle. Il vento muove un ramo. Un gatto attraversa il cortile senza fretta. Anche la notte non ha fretta.
Prima di dormire, ripetono a bassa voce quello che è successo: la strada, la paura, la risata, il ritorno. Non serve un discorso. Basta essere a casa, con il tavolo in ordine e la finestra chiusa. Domani il paese si sveglia di nuovo, e la storia resta nella memoria come un racconto vicino al fuoco.
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Come si chiama davvero Colapesce?
Perché lo chiamano Colapesce?
Cosa vuole sapere il re?
Cosa dice Colapesce dopo l’ultima immersione?
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