In un piccolo laboratorio di legno lavora un uomo gentile. Si chiama Geppetto. Un giorno prende un pezzo di legno e inizia a intagliare. —Voglio un bambino di legno —dice—. Lo chiamo Pinocchio.
Con il coltello forma la testa, il naso, le braccia e le gambe. All’improvviso il pezzo di legno si muove. —Ahi! —grida Geppetto—. Mi dai un calcio?
Il burattino apre gli occhi. È vivo. Si chiama Pinocchio. Corre per la stanza, tocca tutto, ride. —Voglio giocare! Non voglio stare fermo!
Geppetto gli fa un vestitino e un cappellino. —Domani vai a scuola, Pinocchio. I bambini studiano. Ecco cinque monete per il libro.
La mattina Pinocchio esce con il libro sotto il braccio. Per strada incontra due figure: una volpe zoppa e un gatto cieco. Sorridono troppo. —Ciao, Pinocchio! Perché vai a scuola? Vieni con noi. C’è un campo dove le monete diventano alberi d’oro.
Pinocchio ascolta. Ha voglia di alberi d’oro. Lascia la strada della scuola e li segue. Camminano a lungo. Alla fine i due spariscono con le monete. Pinocchio resta solo, senza libro e senza soldi.
Torna verso casa piangendo. Incontra una bambina dai capelli turchini, una fata gentile. —Pinocchio, dove sono le monete di Geppetto? —Le… le ho messe a scuola —dice lui. È una bugia.
Appena finisce la frase, il naso di legno cresce di un poco. —E il libro? —Il libro… studia da solo a casa —dice un’altra bugia.
Il naso cresce ancora. Diventa lungo, ridicolo, pesante. Pinocchio ha paura. Tocca il naso e non può nasconderlo. —Aiuto! Non voglio questo naso!
La fata scuote la testa, ma non è crudele. —Le bugie hanno le gambe corte e il naso lungo, Pinocchio. Dimmi la verità.
Pinocchio respira. —Ho seguito la volpe e il gatto. Ho perso le monete. Non sono andato a scuola. Mi dispiace.
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Il naso smette di crescere. Piano piano torna quasi normale. Pinocchio corre a casa da Geppetto. Il vecchio lo abbraccia, anche se è stanco e preoccupato. —Domani riproviamo —dice Geppetto—. Scuola. Niente campi d’oro.
Quella sera Pinocchio mette il cappellino sulla sedia e guarda il pezzo di legno del laboratorio. Fuori piove piano. Dentro c’è odore di colla e di minestra. Pinocchio tocca il naso: è di legno, ma stasera è della misura giusta. Prima di dormire mormora: —Domani vado a scuola. Davvero.
Geppetto spegne la lampada. Il laboratorio resta quieto. E il bambino di legno, per una notte almeno, non racconta bugie al buio.
Il sole scende piano. Per la strada si sentono passi, una porta, un cane. Nessuno corre. Il paese ha il suo ritmo normale.
Passano alcuni minuti in silenzio. Poi una voce lontana chiama un nome. Un carro passa sulle pietre. C’è odore di pane e di terra bagnata.
—Tutto bene? —chiede una vicina dalla finestra. —Sì —rispondono di sotto—. Solo una giornata lunga.
Dentro casa, la luce della lampada è piccola e gialla. C’è una sedia, un tavolo, una brocca d’acqua. Qualcuno versa un bicchiere. Qualcuno si siede. Qualcuno guarda la porta un secondo, come se aspettasse ancora una visita.
Fuori il cielo diventa scuro. Spuntano le prime stelle. Il vento muove un ramo. Un gatto attraversa il cortile senza fretta. Anche la notte non ha fretta.
Prima di dormire, ripetono a bassa voce quello che è successo: la strada, la paura, la risata, il ritorno. Non serve un discorso. Basta essere a casa, con il tavolo in ordine e la finestra chiusa. Domani il paese si sveglia di nuovo, e la storia resta nella memoria come un racconto vicino al fuoco.
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